venerdì 20 gennaio 2012

Accettare la vita o “prenderla a morsi”?

Schopenhauer credeva che la nostra vita “oscilla tra il dolore e la noia”, cioè l’uomo secondo Schopenhauer non è che la volontà e il bisogno a cui tende e che non potendo raggiungere gli crea ansia e dolore. Poi aggiunge che se il bisogno viene soddisfatto allora si piomba nella sazietà e nella noia. Insomma lo scrittore ha una visione pessimistica della vita, la stessa visione che ha anche un altro grande filosofo: Nietzsche.
Parlo di questi due filosofi perché dallo stesso punto di partenza ( la vita è sofferenza) sono arrivati a due soluzioni diverse per vivere quando più serenamente possibile:
  • -    Schopenhauer ritiene che l’uomo per liberarsi dal fatale alternarsi del bene e del male deve sopprimere la volontà di vivere. Per far ciò l'uomo deve vive costantemente la sua dimensione morale attraverso l'ascesi che, sola, permette di raggiungerla. L’ascesi  è l’esperienza attraverso cui l’uomo si propone di espiare il proprio desiderio di esistere, godere, volere (per esempio con la castità, con l’eremitaggio, con la povertà volontaria, il sacrificio, la rassegnazione). Essa è preparatoria allo stato di Nirvana, in cui i legami con il mondo sono completamente azzerati e a questo punto la Volontà, vinta, perisce  tutta e l’uomo può vivere nello “stato di grazia”.
  • -     Per Nietzsche le cose si fanno più interessanti perché egli ritiene che Dio ( insieme di tutti i valori) è morto e che l’uomo deve inventare nuovi valori, deve abbandonare le vecchie catene e infrangere gli antichi ceppi. L’uomo deve inventare l’uomo nuovo, cioè il superuomo, l’uomo che va oltre l’uomo che ama la terra e i cui valori sono la salute, la volontà, l’amore, l’ebbrezza dionisiaca e un nuovo orgoglio. Per Nietzsche, quindi, l’uomo per essere “felice” non deve abbandonarsi alla vita e a vecchi valori, bensì deve aggredirla e crearne dei nuovi.



“E, davvero, ciò che vidi, non l'avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.
Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e - lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava - invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me - buono o cattivo - gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.-“ (così parlò Zaratrusta – F. Nietzsche)

Nello spezzone sopra riportato Nietzsche racconta che un giorno Zaratrusta vide un pastore che bestemmiava schifato perché un serpente gli era entrato in bocca e gli si era attaccato alla lingua. Zaratrusta va ad aiutarlo e tira il serpente, ma più tira e più questo si attacca. Così dice al pastore di morderlo, egli lo morde e gli stacca la testa. Una volta sputata la testa il pastore è felice e sorridente ed è sparita dalla sua faccia l’espressione schifosa. Il serpente rappresenta la vita e il pastore l’uomo: Il pastore che sta fermo e si fa aiutare da Zaratrusta è l’uomo che si arrende alla vita, mentre il pastore che morde il serpente è l’uomo che combatte al vita e che alla fine ne esce soddisfatto.

Queste considerazione mi fanno pensare: allora cos’è giusto arrendersi alla vita come diceva Schopenhauer o aggredirla e combatterla come diceva Nietzsche? La vita bisogna accettarla o prenderla a morsi?

Nella vita, hanno ragione i due filosofi, quasi tutte le cose ci deludono e bisogna riconoscere che Schopenhauer ha ragione anche quando dice: “ l’uomo è l’unico animale che faccia soffrire gli altri per il solo scopo di farli soffrire”. E come potremmo stare bene in un mondo del genere?..
Schopenhauer per stare bene si è allontanato dal mondo portando allo stremo tutti i valori cristiani. Nietzsche ha fatto il contrario, ha lottato contro la vita e si è abbandonato ai piaceri anche carnali perché per lui è importante ciò che facciamo ora, non in un possibile futuro o in una possibile vita dopo la morte.

Se dovessi scegliere come comportarmi, a sangue freddo direi come insegna Nietzsche, ma poi ho come l’impressione che non tutto possa essere affrontato come spiega lui: se ci troviamo di fronte ad un bivio a volte non è così semplice scegliere; ci sono problemi che possono essere risolti, ma altri sono troppo al di sopra delle nostre possibilità; la morte di una persona cara non si può che accettare; anche combattere per qualcosa, prima della vittoria, crea ansia e dolore. Allora chi ha più ragione Schopenhauer o Nietzsche?
Forse a volte non si può far altro che accettare quello che ci capita o forse a volte la nostra accettazione forzata è un tipo di lotta anch’essa. La sconfitta può essere accettata perché la meta in se non è tanto importante quando il viaggio che si è fatto per raggiungerla, probabilmente era questo che mancava a Schopenhauer.

Comunque sia penso che quando succede qualcosa di drammatico nella vita di alcune persone anche il loro porsi nei confronti della vita cambia. Qualunque sia la natura del problema e qualunque sia il nostro atteggiamento in merito ad esso, sono dell’idea che si possa accettare il senso della vita ma non la vita stessa (Dico ciò perché penso che se ad una persona capitano delle cose "brutte" si presenti una scelta, o accetta la realtà o si lascia trascinare dallo sconforto, dall'angoscia, dalla depressione ecc.. se la persona in questione accetta la realtà come sta, e mi riferisco in particolare ai casi in cui non si può far altro che accettarla, in un certo senso accetta la direzione che ha preso la sua vita. Questo però secondo me non è vivere è sopravvivere, ecco perchè penso che si possa anche accettare la direzione che prende la vita, ma non si può accettare di vivere una vita fatta di scelta quasi obbligate e dettate dalla sopravvivenza!).

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