mercoledì 22 agosto 2012

Siamo soli?

Ognuno di noi dentro di sé ha una forza ceca che lo spinge ad andare avanti. Spesso però smarriamo la strada e ci ritroviamo schiavi del nostro dolore che spegne la luce, ci fa brancolare nel buio e non vediamo vie d'uscita. Ci sentiamo come se ogni nostra possibile scelta fosse sbagliata, ci sentiamo come animali pronti al macello e addirittura cominciamo a fantasticare su cose tipo la morte.
Rimandi e rimandi la scelta, oppure scegli e sbagli di nuovo e quei pensieri si fanno sempre più vivi. Passa il tempo e il dolore rimane, passa il tempo e il rancore acceca tutte le tue giornate e pensi: come faccio a superare questo momento? Ci sarà un domani in cui io sarò felice?
Passano altri giorni e non succede niente. Passano mesi e reste tutto uguale. Passano anni e la vita delude ancora.
Poi quelle domande iniziano a darsi risposte da sole: Non è il mondo il problema, il problema sono io.
Decidi allora di intraprendere nuove strade, con passione, con buone intenzioni, con speranze. Per un po' ti sembra che vada tutto per il verso giusto perché finalmente ti senti realizzato e riesci a sorride. Ma poi ripiombi nel abisso quando un ricordo ti stronca la risata e ti fa rigurgitare rabbia e delusione. Non ci puoi fare niente, ci sono giorni sì e ci sono giorni no. C'è chi la vita la vive a pieno e c'è chi sta riparato in un angoletto a guardarsela vivere facendo scegliere agli altri. Ora penso: e chi può dar loro torto! Loro già sanno dove andranno a finire, non corrono rischi. Loro non sono stupidi sono furbi.
Allo stesso modo penso che c'è chi è nato per stare insieme e c'è chi è nato per stare da solo. Alcune anime sono troppo complicate, troppo ingombranti, troppo forti per stare con qualcuno. Queste già da sole sono complete, non hanno bisogno di un compagno di vita.
Nessuno può leggere nella mente degli altri, ma sarebbe bello poterlo fare perché io vorrei capire cosa pensano le persone difronte ai problemi. Vorrei capire come si auto convincono che valga la pena andare avanti, vorrei proprio scoprire da dove prendono la forza.
Se la vita è la cosa più preziosa che abbiamo, la cosa più bella, la cosa che per quanto puoi detestare non te ne vuoi privare, perché è così dannatamente straziante?

martedì 31 luglio 2012

si può odiare chi si ama?

Ormai i social network sono entrati a pieno nelle nostre vite, sono diventati confidenti più che passatempi. Su  uno di questi (facebook) ho letto una frase di Shakespeare che recita:

Amami o odiami, entrambe sono a mio favore. Se mi ami sarò sempre nel tuo cuore, se mi odi sarò sempre nella tua mente.

Questa citazione fa riflettere perché può capitare che da un forte amore possa nascere un forte odio. I pareri, i sentimenti, la percezione di un'altra persona col tempo cambia e spesso in male. All'inizio tutto è bello, tutto è fiaba e tutto sembra che duri per sempre. La cosa più strana che ho notato però è che in amore non vince chi ama, chi è attento alle esigenze dell'altro, chi fa di tutto per dimostrare il suo affetto. In amore vince chi se ne infischia. Questo probabilmente perché le cose che sfuggono attirano o perché veder scivolare via dalla nostra vita una persona che amiamo non lo accettiamo. Forse prendiamo il distacco come un nostro fallimento e così ci sentiamo dei falliti. Può anche darsi che la cosa è talmente improvvisa che in un attimo fa crollare anche tutte le altre certezze. Fatto sta che una delusione d'amore, un comportamento che ci ferisce, porta dolore, che diventa rancore, che rimescolato con la più banale forma d'indifferenza diventa odio allo stato puro.
I ricordi diventano flashback martellanti nel cervello e la malinconia spazza via ogni altro stato d'animo, che tu sia da solo o in compagnia. 
La domanda che sorge spontanea quando qualcuno ti tratta con indifferenza o anche in maniera sgarbata, o quando qualcuno ti lascia è: perché? perché fa questo proprio a me che gli ho sempre dimostrato tanto?
Beh credetemi crogiolarvi non serve, è tanto semplice la risposta: non se ne frega più niente di voi! Basta riflettere. Solitamente se una persona è innamorata si vede e non si hanno dubbi in proposito, i dubbi vengono dalla percezione di qualcosa di diverso nel partner. Se una persona è innamorata tutti i suoi comportamenti sono finalizzati a far capire all'altro la cosa, volere e possedere l'altro, scalare le montagne pur di stare un secondo con l'amato. Per tutti quelli che dicono che le cose col tempo affievoliscono ma l'amore non passa, io rispondo: ho visto coppie amarsi e rispettarsi per tutta la vita, ho visto amori così forti che anche stando a km di distanza trovano sempre il modo di vedersi.. e poi ho visto coppie che abitano nella stessa città e non si vedono mai. L'amore non può passare, l'amore ti fa sentire speciale, ti fa sentire importante per qualcuno. Il pensare che sei nel cuore di una persona, lì al calduccio, è di per se una cosa meravigliosa.. come può affievolire?
Non affievolisce l'amore, semplicemente non era amore. Proprio questo fa venire rabbia, non era un vero sentimento. Il sentirsi un passatempo, sentirsi usati, ridicolizzati, umiliati, sedotti e presi in giro da chi ci ha promesso il mondo e alla fine ci ha tolto anche voglia di andare avanti, di alzarci dal letto. La rabbia è portata dall'aver dato il nostro cuore, cosa per noi preziosissima, a chi non sapeva che farsene!

lunedì 30 aprile 2012

cos'ho capito?

Fino allo scorso anno ho pianto molte volte difronte a quelli che ritenevo grandi problemi. Poi però mi sono trovata faccia a faccia con quelle che sono le disgrazie vere della vita e ho capito una cosa: difronte ai veri problemi non serve e non bisogna piangere, bisogna rialzarsi, farsi forza ed andare avanti.. tanto avremo tutta la vita per piangere! 
Ripensando al passato ho capito di quanto fossi stata veramente immatura a star male per delle baggianate e a piangere: piangendo non si risolve niente. Gli ostacoli reali che la vita ti mette non li puoi arginare, li devi combattere a denti stretti, devi guardarti allo specchio e importi di non frignare, devi aiutarti, devi uscirne, per tornare a vivere. Ho capito che non si può sperare di essere felici, ma che non bisogna mai sperare di trovare la serenità e la tranquillità. Ho capito che quando starà male un amico non gli dirò frasi banali come: "sappi che io ci sarò!" perché sono dozzinali e non servono, gli dirò quello che io ho dovuto imparare a mie spese e cioè che quando vedi la tua vita andare in frantumi, quando crolla un pilastro portante e ti ritrovi col soffitto sulle spalle, quello che devi fare è trovare la forza di reagire, devi prendere un bel sospiro e cercare, come un naufrago nel mare, di nuotare verso un isola che si vede a malapena, verso la pace. Anche solo il provare a reagire, farà scoprire una FORZA che non si sapeva neanche di avere.

mercoledì 28 marzo 2012

Quanto dice di noi un sogno?

Ultimamente mi capita di fare spesso lo sesso incubo: sto camminando su una spiaggia di giorno e vedo un faro, un faro bellissimo. La luce che emana è radiosa, quasi di più di quella del sole. Nel sonno so per certo che esso si chiama “ il faro della fortuna”. Poi ad un certo punto la luce si spegne e con essa è come se si spegnesse anche il sole. Diventa tutto buio e comincio ad avere paura. E’ buio pesto, non vedo niente. Ad un tratto sento una risata, poi un’altra e un’altra ancora che da lontano si avvicinano sempre più. Le risate arrivano quasi ad accerchiarmi, posso sentire il loro fiato sul collo. E poi..

Il mio incubo finisce lì perché quello è il punto in cui mi risveglio. Alcuni mi hanno detto di andare a vedere il significato, ma non mi interessa. Naturalmente non so se i sogni sono presagi o solo elaborazione della mente; forse sono tutti e due, forse nessuno dei due e c’è altro da scoprire, o forse, più probabilmente sono solo una delle due ipotesi. Fatto sta che il mio incubo ha influenzato la mia giornata, non mi ha fatto dormire e la sensazione di paura c’ha messo un bel po’ ad andarsene; così mentre ero in macchina nel traffico mi sono messa ad osservare le persone che passavano e mi chiedevo se anche loro avessero avuto un incubo o un sogno o se era proprio un sogno che le spingeva a camminare.

Mi piacerebbe sbirciare nei sogni altrui, per vedere come sono fatti: se sono come i miei, se anche gli altri sognano cose belle e brutte, se sognano persone, mari, monti, se i loro sogni sono a colori, se sono misteriosi, se sono profumati. Sarei ancor più felice, però, se riuscissi a sapere se c’è ancora qualcuno che rincorre le utopie che tutti i ragazzi si creano durante l’adolescenza, anche se cambiate.

Così mi sono chiesta se sono i nostri sogni e il nostro tentativo di realizzarli ci porta su una strada anziché un’altra. La responsabilità deriva dalla nostra ambizione? I sogni infranti ci faranno maturare o solamente diventare cinici? I nostri sogni parlano di noi?

Una frase bellissima di Cesare Pavese dice: “Nel sogno sei autore e non sai come finirà.” 

Queste parole mi sembrano geniali dato che è vero che nei sogni, come nella vita, scriviamo noi la nostra storia, ma, diversamente dalla nostra esistenza di cui incerta che sia conosciamo il finale, dei nostri sogni non lo conosciamo. Delle volte rimaniamo delusi, quando capiamo che alcune aspirazioni sono illusorie, eppure da quello che vedo rimaniamo sempre dei grandi sognatori: che siano sogni di gloria, d’amore o dir che si voglia. La nostra fantasia crea per noi vite parallele in cui ognuno è capace di essere chi vuole.

Probabilmente i sogni di tutti sono uguali nella loro diversità: cambiano, mutano forma, ma ci spingono sempre ad agire verso di essi ed è proprio la determinazione di ognuno a seguire il cammino che ci indicano che, a mio parere, ci responsabilizza a chi più e a chi meno. Quest’ultimo è fatto di scelte, alcune belle immediatamente e tristi più tardi, altre dolorose o impegnative inizialmente che diventano poi spettacolari perché tutte le cose meravigliose crescono piano e con fatica. Per questo penso che non siamo noi che dobbiamo parlare dei nostri sogni perché sono i nostri sogni che parlano già di noi.

domenica 4 marzo 2012

la creatività nasce dall'angoscia?

I grandi geni hanno le biografie più brevi.
Ralph Waldo Emerson

Le vite dei più grandi pensatori, artisti e musicisti sono state spesso costernate da un triste destino. Ungaretti, Munch, Leopardi, Cèzanne, Dante, Mozart, Van Gohg,  ecc, hanno trascorso un esistenza dolorosa e malinconica, eppure hanno dato vita a capolavori senza tempo.

Leopardi per esempio rimase solo per tutta la vita: la madre era religiosa in modo ossessivo, si mostra con i figli esigente ed oppressiva. Il padre, che in politica era legato al regime assolutistico, in famiglia era autoritario e severo ed esigeva il rispetto di rigide regole. Il poeta non aveva amici perché nel borgo dove abitava non c’erano molti giovani ragazzi dell’alta società come lui, ma solo garzoni con i quali non gli era permesso stare. L’infanzia del poeta è, perciò, molto infelice, priva di affetto e di giochi, ragion per cui si dedicò allo studio in maniera matta e disperatissima. Questo scrittore è riuscito a trasformare la disperazione in speranza tramite le sue opere, diventando  il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale. Allo stesso modo Edvard Munch non ebbe vita facile: trascorse un'infanzia contrassegnata da una serie di vicende dolorose (tra le quali la malattia e la morte della madre e successivamente della sorella, la cui perdita portò il padre a diventare un maniaco-depresso). Contrariamente ebbe grande successo in ambito lavorativo, infatti i modi di fare pittura dell’artista divennero propri dell'espressionismo tedesco. La sua attività grafica fu contrassegnata da innovazioni tecniche di assoluta importanza a cui corrispondono sorprendenti metamorfosi di contenuto. 

Come quelle degli artisti sopra riportati, anche le vite di altri Grandi sono state segnate da vicende angosciose, ma nonostante ciò hanno saputo creare opere meravigliose. Allo stesso modo, mi viene da pensare, se Dante, Cavalcanti e Guinizzelli fossero stati ricambiati in amore o se l’amore per la donna non fosse stato trascendente bensì possibile, magari adesso il “Dolce Stil Novo” neanche esisterebbe.

La frustrazione di questi geni ha influito sui loro lavori? La loro creatività è nata dall’angoscia?

Per i ricercatori gli stati d'animo negativi ci portano a scoprire e ad usare la nostra forza, latente o nascosta, per sopportarli o superarli. La creatività è legata al dolore, alla sofferenza, all’infelicità, che migliorano le capacità espressive. Chi è triste si esprime in maniera più incisiva e la sua comunicazione è più efficace, chi è più severo con sé stesso scrive in modo più raffinato. Chi ha un problema, chi è ansioso, ma anche chi è arrabbiato  ha mille pensieri nella testa. Contrariamente chi è felice non pensa a niente: è per questo che si dice che quando ti diverti il tempo vola! Quindi indubbiamente gli stati d’animo “negativi” portano la mente a creare e ad inventare.

Mi viene in mente una frase di Nietzsche: Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte. Spesso nella vita la maggior parte delle persone si lasciano andare per delle sciocchezze ( molte volte capita di vedere ragazze che smettono di mangiare per essersi lasciate col fidanzato, altri si demoralizzano perché non riescono a fare qualcosa che speravano, altri ancora, egoisticamente, maledicono il mondo perché non riescono ad ottenere ciò che vogliono, e così via). Alla fine questi si sentono dei titani se riescono ad andare avanti pensando di superare degli ostacoli che in realtà sono banalità. Penso che chi ha avuto o ha dei veri problemi, chi è veramente triste, depresso e angosciato per qualcosa diventi col tempo una persona matura, perché il dolore in tutte le sue forme per essere allontanato ha bisogno di essere elaborato, deve essere accettato, deve essere capito. Le cose brutte ci colpiscono improvvisamente, spesso nei nostri affetti più cari e ci lasciano impotenti. Ciò che rimane dei momenti dolorosi sono solo domande che non troveranno mai risposta e la gelosia con la quale si custodiscono i ricordi: custoditi con la speranza di non perderli mai. Poi alcuni hanno anche la forza di tenere nascosto il loro dolore al mondo perché pensano che nessuno lo possa capire o più semplicemente non hanno nessuno a cui rivelarlo, allora questi cercheranno altri modi per sfogarsi.. ed è così che l’angoscia diventa creatività!


domenica 5 febbraio 2012

Chi sono gli eroi?

Associati ad alcuni nomi quali Napoleone, Cesare, Gengis Khan, Annibale, vi è l’idea di grandezza perché questi sono i nomi di grandi condottieri che hanno sostenuto battaglie e guerre sanguinarie e non si sono arresi anche quando tutto sembrava perduto. Durante il loro percorso sono tornati nella propria patria da vincitori dopo aver preso possesso di un territorio molto grande per il loro tempo e messo a tacere chi vi abitava. Costui hanno avuto dalla vita una grande gloria e la ragione è che hanno avuto un idea e sopratutto il coraggio di realizzarla.

A volte la realtà dei fatti ci fa capire che la cosa più importante che ci sia è la scelta delle parole: la maggior parte delle persone parla prima di pensare o agisce contrariamente a ciò che ha detto. Questo forse perché in alcuni casi non si può star lì a pensare cosa dire e in altri bisogna mettere da parte ciò che si sente veramente per stare bene con altri, io questo lo chiamo “quieto vivere”. Quando si fa una torta bisogna seguire la ricetta e mettere una giusta dose di tutti gli ingredienti. Anche se si sta preparando la torta migliore del mondo se si esagera troppo con un solo ingrediente ne verrà fuori qualcosa di immangiabile. Così è anche la nostra convivenza con gli altri: se si esagera ad essere buoni ci si mangiano; se si esagera ad essere appiccicosi ci allontanano; se si esagera a fare finta di niente e ad aspettarci che gli altri comincino a trattarci bene sprechiamo solo la nostra vita a correre dietro ad una stella cometa che non ha destinazione.

La storia ci insegna che le scelte giuste sono solo quelle fatte con la propria testa: se Napoleone avesse seguito il consiglio di qualche amico sarebbe diventato quel grande condottiero che ricordiamo? L’imperatore Nerone era “consigliato” dalla madre e dalla moglie ed ha portato l’impero quasi al fallimento. Alle volte bisogna avere il coraggio di dire: questa persona mi ha trattato in una maniera inadeguata e voglio chiuderci. Perché tanto le persone non cambiano, se non per loro stesse.

Con tutta questa confusione di nomi che avevo in testa continuavo a chiedermi: I Grandi Uomini oggigiorno esistono? chi sono gli eroi?

La mente delle persone che conosco o non ragione o ragione male: i pensieri non riflettono quasi mai le parole e questa è una cosa che io odio. Dico ciò perché se penso a qualche “Grande” penso a qualcuno di coraggioso, coraggio che io oggi non vedo da nessuna parte. Nessuno tenta più qualcosa, nessuno discorre delle sue idee, nessuno sceglie la verità.
Probabilmente sono gli esempi a cui ci rifacciamo che sono sbagliati: la musica moderna; i programmi televisivi e in generale tutti i modelli ( di linguaggio, di comportamento, di stile..) che osserviamo. In parte penso che i modelli antichi dovrebbero rivivere in ogni cosa e soprattutto nei mezzi di comunicazione di massa, per lo stesso motivo per cui a scuola studiamo la storia e la filosofia, perché ci educano.

Per me, una persona eccezionale è quella che si interroga sempre, 
laddove gli altri vanno avanti come pecore.
Fabrizio De Andrè



La frase che ho allegato per me ha due significati: il primo è che De andrè è uno dei Grandi uomini contemporanei quasi alla mia generazione. Egli ha avuto il coraggio di raccontare storie di emarginatiribelliprostitute e che sono state considerate da alcuni critici come vere e proprie poesie,  tanto da essere inserite nelle antologie scolastiche. Egli era inoltre di simpatie anarchichelibertarie e pacifiste. Il secondo significato è quello stesso della frase e cioè che i grandi uomini per me sono, come dice il cantante, quelli che si interrogano sempre e non seguono la massa come pecore.

La difficoltà più grande che deve affrontare oggi il nostro “io” è di non rimanere abbagliato dalle fugaci bellezze illusorie che gli vengono proposte dappertutto. Il raggiungimento di falsi beni transitori, di luci accecanti ma fredde.

Il pensare che oggi non ci sia un cantante come De andrè mi rattristisce, infatti pensandoci non mi è venuto in mente nessun’altro che in un testo di una canzone abbia espresso tutto il suo dissenso per denunciare la società e abbia cercato di insegnare e far capire a chi ascoltava. Quello che vedo adesso negli uomini è debolezza: la debolezza di seguire gli altri senza domande per rimanere illesi; la debolezza di prendere come scusa l’orgoglio per non rischiare; la debolezza di dire sì a un sì e no a no; la debolezza di parlare quando non si sa niente e di tacere quando si sa qualcosa; la debolezza di vivere una vita senza mai vivere veramente e senza lottare per le proprie idee.

Alcuni direbbero che attualmente l’eroe sarebbe colui che riesce a sopravvivere alla giungla dell’umanità, per me l’eroe è chi da una liana sa far nascere un idea e sa portarla avanti fino a far diventare quella liana un ponte.

venerdì 20 gennaio 2012

Accettare la vita o “prenderla a morsi”?

Schopenhauer credeva che la nostra vita “oscilla tra il dolore e la noia”, cioè l’uomo secondo Schopenhauer non è che la volontà e il bisogno a cui tende e che non potendo raggiungere gli crea ansia e dolore. Poi aggiunge che se il bisogno viene soddisfatto allora si piomba nella sazietà e nella noia. Insomma lo scrittore ha una visione pessimistica della vita, la stessa visione che ha anche un altro grande filosofo: Nietzsche.
Parlo di questi due filosofi perché dallo stesso punto di partenza ( la vita è sofferenza) sono arrivati a due soluzioni diverse per vivere quando più serenamente possibile:
  • -    Schopenhauer ritiene che l’uomo per liberarsi dal fatale alternarsi del bene e del male deve sopprimere la volontà di vivere. Per far ciò l'uomo deve vive costantemente la sua dimensione morale attraverso l'ascesi che, sola, permette di raggiungerla. L’ascesi  è l’esperienza attraverso cui l’uomo si propone di espiare il proprio desiderio di esistere, godere, volere (per esempio con la castità, con l’eremitaggio, con la povertà volontaria, il sacrificio, la rassegnazione). Essa è preparatoria allo stato di Nirvana, in cui i legami con il mondo sono completamente azzerati e a questo punto la Volontà, vinta, perisce  tutta e l’uomo può vivere nello “stato di grazia”.
  • -     Per Nietzsche le cose si fanno più interessanti perché egli ritiene che Dio ( insieme di tutti i valori) è morto e che l’uomo deve inventare nuovi valori, deve abbandonare le vecchie catene e infrangere gli antichi ceppi. L’uomo deve inventare l’uomo nuovo, cioè il superuomo, l’uomo che va oltre l’uomo che ama la terra e i cui valori sono la salute, la volontà, l’amore, l’ebbrezza dionisiaca e un nuovo orgoglio. Per Nietzsche, quindi, l’uomo per essere “felice” non deve abbandonarsi alla vita e a vecchi valori, bensì deve aggredirla e crearne dei nuovi.



“E, davvero, ciò che vidi, non l'avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.
Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il serpente gli era strisciato dentro le fauci e - lì si era abbarbicato mordendo.
La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava - invano! non riusciva a strappare il serpente dalle fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me - buono o cattivo - gridava da dentro di me, fuso in un sol grido.-“ (così parlò Zaratrusta – F. Nietzsche)

Nello spezzone sopra riportato Nietzsche racconta che un giorno Zaratrusta vide un pastore che bestemmiava schifato perché un serpente gli era entrato in bocca e gli si era attaccato alla lingua. Zaratrusta va ad aiutarlo e tira il serpente, ma più tira e più questo si attacca. Così dice al pastore di morderlo, egli lo morde e gli stacca la testa. Una volta sputata la testa il pastore è felice e sorridente ed è sparita dalla sua faccia l’espressione schifosa. Il serpente rappresenta la vita e il pastore l’uomo: Il pastore che sta fermo e si fa aiutare da Zaratrusta è l’uomo che si arrende alla vita, mentre il pastore che morde il serpente è l’uomo che combatte al vita e che alla fine ne esce soddisfatto.

Queste considerazione mi fanno pensare: allora cos’è giusto arrendersi alla vita come diceva Schopenhauer o aggredirla e combatterla come diceva Nietzsche? La vita bisogna accettarla o prenderla a morsi?

Nella vita, hanno ragione i due filosofi, quasi tutte le cose ci deludono e bisogna riconoscere che Schopenhauer ha ragione anche quando dice: “ l’uomo è l’unico animale che faccia soffrire gli altri per il solo scopo di farli soffrire”. E come potremmo stare bene in un mondo del genere?..
Schopenhauer per stare bene si è allontanato dal mondo portando allo stremo tutti i valori cristiani. Nietzsche ha fatto il contrario, ha lottato contro la vita e si è abbandonato ai piaceri anche carnali perché per lui è importante ciò che facciamo ora, non in un possibile futuro o in una possibile vita dopo la morte.

Se dovessi scegliere come comportarmi, a sangue freddo direi come insegna Nietzsche, ma poi ho come l’impressione che non tutto possa essere affrontato come spiega lui: se ci troviamo di fronte ad un bivio a volte non è così semplice scegliere; ci sono problemi che possono essere risolti, ma altri sono troppo al di sopra delle nostre possibilità; la morte di una persona cara non si può che accettare; anche combattere per qualcosa, prima della vittoria, crea ansia e dolore. Allora chi ha più ragione Schopenhauer o Nietzsche?
Forse a volte non si può far altro che accettare quello che ci capita o forse a volte la nostra accettazione forzata è un tipo di lotta anch’essa. La sconfitta può essere accettata perché la meta in se non è tanto importante quando il viaggio che si è fatto per raggiungerla, probabilmente era questo che mancava a Schopenhauer.

Comunque sia penso che quando succede qualcosa di drammatico nella vita di alcune persone anche il loro porsi nei confronti della vita cambia. Qualunque sia la natura del problema e qualunque sia il nostro atteggiamento in merito ad esso, sono dell’idea che si possa accettare il senso della vita ma non la vita stessa (Dico ciò perché penso che se ad una persona capitano delle cose "brutte" si presenti una scelta, o accetta la realtà o si lascia trascinare dallo sconforto, dall'angoscia, dalla depressione ecc.. se la persona in questione accetta la realtà come sta, e mi riferisco in particolare ai casi in cui non si può far altro che accettarla, in un certo senso accetta la direzione che ha preso la sua vita. Questo però secondo me non è vivere è sopravvivere, ecco perchè penso che si possa anche accettare la direzione che prende la vita, ma non si può accettare di vivere una vita fatta di scelta quasi obbligate e dettate dalla sopravvivenza!).

mercoledì 4 gennaio 2012

La paura è immobilità?

“ (...) Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso. Stanno bene solo addosso alle vecchie, i brillanti. (...) Ma non è per questo che vado pazza per Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?"
"Cioè, la melanconia?"
"No," disse, lentamente. "La melanconia viene perché si diventa grassi, o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. Avete mai provato niente di simile?"
"Abbastanza spesso. C'è chi lo chiama angst."
"Benissimo. Angst. Ma che cosa fate, voi, in questi casi?"
"Be', un bicchierino aiuta."
"Ci ho provato. Ho provato anche l'aspirina. Secondo Rusty, dovrei fumare marijuana, e l'ho fumata per un po', ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare subito da Tiffany. E' una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell'aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po' di mobili e darei un nome al gatto." 
(da Colazione da Tiffany, Truman Capote, 1959; edizione Garzanti, collana Gli elefanti, 1992)

Penso che alcuni fil in bianco e nero, alcuni film “vecchi”, proprio come i libri, lascino a chi li vede un qualcosa di buono, diversamente da quelli odierni. I film in cui non si poteva dire parolacce, in cui i garcon erano gentil uomini, in cui anche le contadine avevano quel modo di atteggiarsi sempre dignitoso che oggi non hanno neanche le protagoniste più belle. Quando rivedo qualche vecchia pellicola mi sembra che il tempo per i protagonisti non passi, loro aspettano e aspettano.. ogni cosa a tempo debito non bisogna mettere fretta al destino!
mi piacerebbe trovare un film, anzi mi piacerebbe fare un film che spieghi la mia vita; così ogni volta che qualcuno mi chiede chi sono posso rispondere: “tieni questo e guarda!” non mi va più di stare a spiegare “me” soprattutto a chi non interessa realmente conoscermi. Poi, naturalmente, se la mia venisse immortalata metterei in paura i miei momenti che felici.
Ho pensato a tutto ciò perché sta sera non so come mi sento, ma è una sensazione che ho ritrovato in Colazione Da Tiffany quando parla delle paturnie. Una maledetta  paura improvvisa di non si sa che cosa.

Ma cosa ci spinge ad avere paura? Cosa ci terrorizza? E perché quando siamo impauriti rimaniamo immobili?

Se si prova a riflettere su tutto ciò di cui si ha timore si può fare una distinzione:
-        Di cose immaginarie o cose che non si conoscono ( fantasmi, varie figure religiose, esseri diversi o di altri mondi, incubi ricorrenti, dei sentimenti..)
-        Di cose che si conoscono e molto reali ( si può avere paura delle persone e delle loro azioni, di animali, di oggetti..)
-        Di noi stessi e se si ha di queste fobie si può aver paura sia di cose reali (il nostro aspetto fisico) e sia di cose astratte ( si può avere una fifa pazzesca di prendere una decisione, a dover rendersi conto..)
Quindi mi viene da pensare: la paura più grande è quella in noi stessi!

Quando si parla degli alieni si sente spesso dire in giro: “l’America sta costruendo armi contro di essi!”. Se l’affermazione sia vera o falsa non mi importa, ma mi importa sapere perché: perché mai l’America dovrebbe costruire delle armi contro qualcosa o qualcuno che non conosce? Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes, perché non conoscendo questi esseri e non conoscendo le loro intenzioni e il loro avanzamento intellettuale e sociale, non sanno se e come difendersi. Ergo e per l’America la paura non deriva da cosa gli altri sanno o possono farci, per il semplice fatto che loro stessi non sanno cosa gli extraterresti possono fargli, ma da come e se possono rispondere e difendersi: lo stato Americano teme di non essere forte abbastanza.

Riflettendo ancora su questa cosa mi è venuto in mente che se ci si dovesse trovare in una situazione di pericolo, ad esempio di un ladro che entra in casa di notte e ritrovarlo faccia a faccia, non so se si abbia più terrore nel fatto di non sapere cosa lui può fare o nel fatto di non sapere se si sia in grado di difendersi da lui e in qualche maniera di tirarsi fuori da quella situazione. Poi ho pensato, se il possibile proprietario della casa entro cui si trova il malfattore avesse in mano un’arma carica, probabilmente non avrebbe o avrebbe molto meno timore. Quindi di nuovo torna la paura in noi stessi e , in questo caso, nelle nostre capacità: trovandoci in una situazione di pericolo non si può fare altro che chiedersi: “cosa posso fare?”

Quello che però mi lascia più perplessa è che quando si ha paura si rimane immobili, pietrificati per l’appunto. Quando gli animali capiscono che hanno scampo ad un pericolo, si arrendono. L’immobilità è una resa. I timori, le angosce, i turbamenti sono le cause che portano alla resa, perché non si crede nelle proprie capacità.
Per combattere la paure c’è solo il coraggio, per cui non importa se si sia l’uomo più forte del mondo perché non è detto che egli non tema questo o quell’altro, si può essere anche piccoli e indifesi ma avere fegato da vendere e vivere così senza alcun timore.
Concludo con la frase di un altro film:
La paura ti rende prigioniero, la Speranza può renderti Libero.
( da Le Ali della Libertà)


Questa frase mi fa ricordare quando ero piccola e mia nonna mi dava sempre tanti consigli e ora so che erano ottimi consigli sia per la sua esperienza sia perché mi voleva bene. Uno dei migliori secondo me era: Spera sempre il meglio, ma preparati al peggio.
Sperare il meglio e conoscere i nostri limiti, a mio avviso, è la strada giusta da prendere se si vuole smettere di aver paura. In ogni caso non bisogna rimare immobili se si vogliono vincere le paure.. L'immobilità, che può essere sia causa ( non facciamo niente per non averne) e sia conseguenza ( ci pietrifica) della paura, lasciamola alle statue!