mercoledì 30 novembre 2011

Siamo ciò che mangiamo?

Su italia1 la tv di Mediaset anni fa davano un programma chiamato “Candid Camera” in cui un attore con una telecamera nascosta faceva degli scherzi ad ignari protagonisti. Il buffo di questo programma era che ogni persona reagiva in maniera diversa allo scherno: alcuni si alteravano, altri la prendevano a ridere, altri ancora rimanevano perplessi, e così via.

Pochi giorni fa un amico mi ha fatto rivedere uno di questi video e io non ho potuto fare a meno di chiedermi: perché non si sono comportati tutti allo stesso modo?
Ovviamente perché non siamo tutti uguali e la cosa più importante che ci contraddistingue è il nostro carattere.  Però si dovrebbe capire cos’è quest’ultimo; partendo dalla definizione che ne dà il Garzanti: esso è il complesso di qualità e attitudini psicologiche costituenti l’impronta individuale di una persona.

Il concetto di carattere è, quindi, più ampio di quello di temperamento e più ristretto di quello di personalità:  è il modo costante e abituale di interagire di ognuno, le tendenze che dirigono le reazioni di un soggetto che si trova ad affrontare una determinata condizione. Per esempio, continuando a parlare di “Candid Camera”, alcune persone erano spinte a comportarsi in un certo modo rispetto ad altre di fronte a situazioni qualora surreali.

Una volta capito ciò mi sorge un dubbio: il nostro carattere è innato o è il risultato degli eventi? L’ambiente in cui viviamo ci permette di imparare meccanismi di difesa che mettiamo in atto più per abitudine che per necessità? in un certo senso, siamo ciò che mangiamo?

Secondo Freud possiamo definire il temperamento come la parte innata di una persona, mentre il carattere è la parte acquistata con l’esperienza. Come un nuotatore vince la gara non solo perché ha talento, ma anche perché si è allenato, così la componente acquisita è più importante di quella innata. Lo sbaglio di Freud fu di pensare che la parte acquisita del carattere si formasse da 0 a 6 anni, secondo me non si smette mai di imparare, ma per il resto sono d’accordo con lui e penso che nel carattere ci sia una piccolissima parte di influenze innate e per il resto penso che si modifichi con le esperienze vissute.

Conosco qualcuno che è dell’idea che oltre alle influenze innate e agli eventi che ci sono capitati è necessario considerare un terzo fattore fondamentale nella formazione del carattere: le nostre decisioni consapevoli, le nostre scelte personali.

Questa persona spiega: “ Ciò che ci capita e che contribuisce alla formazione del nostro carattere (come per esempio l'educazione ricevuta fin dall'infanzia) è qualcosa che, soprattutto all'inizio, subiamo passivamente. Le influenze esterne formano il nostro carattere ma ad un certo punto, quando diventiamo capaci di intendere e di volere, entra in gioco il fattore della scelta individuale. Torniamo all'esempio dell'educazione ricevuta, un'influenza che supponiamo iniziata nella prima infanzia. Una volta cresciuti possiamo fare uno sforzo di autoanalisi e di autosservazione e chiederci: accetto questa educazione? condivido questi valori che mi sono stati inculcati? A questo punto possiamo accettare o rifiutare l'educazione ricevuta. Nel momento in cui iniziamo a farci queste domandi entra il gioco il terzo fattore, quello della scelta individuale o della libertà. Se il nostro carattere si è formato a causa degli eventi (e secondo me si è formato proprio così) questo non significa che, una volta divenuti consapevoli, non possiamo sforzarci di cambiare, se lo vogliamo, il nostro stesso carattere. Per esempio potrei avere la tendenza ad arrabbiarmi spesso, tendenza generata dagli eventi della mia vita. Tuttavia potrei desiderare di diventare meno irascibile e dunque potrei iniziare un tentativo di cambiare il mio carattere. Credo che questi tentativi siano sempre difficili ma anche possibili. Il che significa che spesso dire "si, sono irascibile ma non ci posso fare niente, è il mio carattere" è solo una scusa utilizzata da chi non vuole provare a cambiare. Non è vero che non possiamo farci niente, è vero che farci qualcosa è difficile ma se ci impegniamo è possibile. Riassumendo in forma di semplice addizione secondo me il carattere di una persona è uguale a piccola parte innata + eventi + scelte personali e libertà."

Ciò che viene spiegato sopra è sicuramente giusto, ma credo che ci sia altro. Forse il nostro carattere è composto anche da strategie di comportamento che vengono usate in maniera automatica. Cioè si attuano dei comportamenti che se vanno a buon fine ripetiamo, se invece non ci portano a nulla o a sbagliare non li apprendiamo. Così inteso il nostro carattere è l’insieme di meccanismi di difesa che mettiamo in atto più per abitudine che per necessità; un insieme di piccole scelte inconsapevoli che compiamo ogni giorno.

Forse ci sono cose nella vita che ci lasciano e basta, cose di cui conosciamo o meno l’esistenza, cose che ci lasciano al di là delle nostre scelte. Per esempio durante l’adolescenza, che è un periodo segnato da esperienze emozionali molto intense, c’è un bisogno di ribellione, di conflitto, di fuga dalla realtà, di impulsività che con il passare di questa fase dell’esistenza passa anch’esso. Un altro esempio che mi viene in mente sono le cotte, quando si pensa o si è davvero innamorati di una persona. Se l’altra persona non ricambia l’unica cosa che resta da fare è farsene una ragione e l’unica cosa che può aiutare in situazioni del genere è il tempo. Col tempo, se non si è ricambiati, quello che sentiamo si affievolisce; ecco perché si dice che solo il tempo può guarire certe ferite!

La vita alla fine è un continuo incontrare e dimenticare, ricordare ed andare avanti; un insieme di situazioni opposte e complementari.

Comunque tornando al nostro discorso, sono convinta che con l’andare aventi del tempo ci sono altri aspetti del nostro carattere che ci abbandoneranno, altri che acquisiremo e altri ancora che sceglieremo per diventare, chissà, i grandi uomini di domani.

Ps grazie al mio professore di filosofia per la dritta!!

lunedì 7 novembre 2011

Siamo persone a metà?

Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo. Sappiamo molto meno di quanto amiamo.
 Amiamo molto meno di quanto si possa amare.
E così siamo molto meno di ciò che siamo.( Leo Boscaglia)

Fiducia, amore, felicità, amicizia, lealtà.. fin da piccoli o con i cartoni animati o con le favole che ci venivano latte ci è stato presentato un mondo in cui essere buoni e far del bene fosse appagante. Purtroppo ad un certo punto bisogna chiudere il libro delle favole e guardare la realtà. Anche oggi aiutare qualcuno e fare buone azioni in generale è gratificante, non dico che non lo sia, ma la sensazione di appagamento lascia ben presto il posto all’insoddisfazione e alla tristezza. Perché la maggior parte delle persone non stanno a vedere cosa hai fatto per loro, bensì cercano i difetti in quello che hai fatto o peggio non gli danno per niente conto.

Le delusioni ci portano a chiuderci, a diventare duri come rocce.. così diventiamo macchine e non più uomini.  Però, forse, è anche vero che noi siamo bravi a dare la colpa a secondi. Per esempio alcuni non credono nella religione perché sembra quasi che dica una cosa e ne faccia un’altra ( magari sarebbe meglio se a parlare di povertà e di aiutare il prossimo in difficoltà non fosse qualcuno che parla dall’alto del suo balcone tutto luccicante di gioielli e delle sue tuniche in seta). La politica e chi la gestisce pensa ad un tornaconto personale e non più al popolo. La nostra società in generale ci esclude, è una società che invece di unirci gli uni con gli altri ci divide.
 Noi ci estraniamo dalla società e dai valori invece di curarci di essi e di metterli in rilievo. Forse perché pensiamo che tanto non potremo cambiare le cose, forse perché abbiamo paura di rimanere soli, forse perché il nostro “non sentirci parte” della società ci blocca. Forse è per tutti questi motivi che viviamo in un mondo in cui siamo tutti uguali, con gli stessi vestiti, con lo stesso modo di camminare,  mangiare e parlare. Tutti di bell’aspetto ma vuoti dentro, perché se dentro non hai niente le uniche ferite che ti puoi fare sono quelle che si rimarginano. 

Tutte queste cose mi spingono a chiedermi: ma il nostro essere duri, il nostro non crede negli altri, nei valori, il nostro essere tutti uguali non ci rende, in un certo senso, Inferiori a quelli che siamo realmente? La nostra paura delle delusioni ci ha portato ad essere un branco di pecore senza cervello? In un certo senso siamo persone a metà?

La vita, secondo me, è fatta di situazioni. Esse possono essere felici, tristi, di speranza, romantiche, complicate, insopportabili, passionali, incerte, incomprensibili, estasianti, emozionanti, incasinate; insomma per ogni attimo della nostra vita c’è una situazione e sono tutte diverse tra di loro. Però possiamo fare una grande distinzione fra situazioni positive ( romantiche, felici, passionali..) e situazioni negative (incasinate, tristi..). La differenza sostanziale tra le due è che mentre nelle seconde spendiamo tutto il nostro tempo a pensare e riflettere, anche e soprattutto a come uscirne, nelle prime spegniamo il cervello infatti è per questo che si dice che quando ti diverti il tempo vola!.

Noi è a quello che tendiamo inspiegabilmente, a vivere senza cognizione di tempo, a cercare la felicità ed il piacere ad ogni costo. Ma siamo, purtroppo, portati a pensare che la nostra felicità dipenda sempre da un’altra persona. Ed è qui che sbagliamo, perché se non siamo felici con noi stessi gli altri non saranno mai felici con noi. E l’unico modo per essere felici è vivere seguendo nostri ideali e i nostri valori. Per trovare i nostri valori dobbiamo fare chiarezza su cosa conta di più per noi, sulle cose per cui siamo disposti a lottare.  I valori ci danno le certezze e quindi un senso di sicurezza, inoltre ci danno le linee guida per le azioni da compiere. Così acquisteremo fiducia in noi stessi e gli altri in noi.

Quindi per non vivere da estranei la nostra vita, per non essere persone a metà, dobbiamo partire da noi stessi. Dobbiamo trovare la nostra pace interiore, cercando ideali a cui mirare. Dobbiamo guardare al futuro con Positività perché se partiamo già col presupposto che le cose andranno male, andranno male davvero. Non dobbiamo farci affliggere dalle delusioni, dobbiamo imparare a dire : NON FA NIENTE!!