martedì 6 dicembre 2011

E se trovassimo il sacro Graal?

“La gioventù ci faceva sognare; la maturità ci fa pensare; la vecchiaia ci farà sospirare.
Roberto Gervaso, Il grillo parlante, 1983”

Un mistero che ha sempre destato interesse nell’uomo è quello che ci sia la possibilità di una vita eterna. Le storie legate a questo mito sono tantissime e hanno le loro origini in epoche lontane. Anche oggi il sogno dell’immortalità rivive con la tv e i film dedicati ad esso, per es. Twilight la saga di romanzi scritta da Stephenie Meyer nella quale si parla di una studentessa solitaria che si innamora di un bel ragazzo tenebroso che si rivela essere un vampiro buono(beve solo sangue animale). Nella storia della Meyer, ma più in generale tutti i racconti in cui si parla di "mostri" in possesso dell elisir della lunga vita, si intrecciano tematiche orride con altre incantevoli, creature spaventose ed allo stesso tempo attraenti, luoghi paurosi ma fiabeschi, immagini agghiaccianti che destano stupore e curiosità; il brutto non è mai solo brutto,abominevole, terrorizzante, brutale, mostruoso, orrendo, nefando, disumano, laido, obbrobrioso, raggelante, spaventevole, terrificante, tetro o tutto ciò che dir si voglia, oltre a ciò è anche bello, incantevole, magnifico, stupendo, felice, meraviglioso, splendido, affascinate, ammaliante, eccelso, magico, superbo.

La vita eterna è vista sia come un dono e sia come una maledizione.

Cercando di spiegare a me stessa il motivo di questo contrasto dono/maledizione sono incappata per caso nel mito di Eos e Titone:

“Gli antichi greci raccontavano di Titone, un giovane di stirpe reale, fratello di Priamo. Di Titone si dice che fosse bellissimo, così bello che di lui si innamorò Eos, l’aurora, che un giorno lo prese come marito. Eos, preoccupata per il destino mortale del giovane sposo, chiese a Zeus come dono di nozze che fosse concessa l’immortalità a Titone. Zeus accordò il dono, ma Eos si era scordata di chiedere insieme all’immortalità anche l’eterna giovinezza. Così gli anni passarono e Titone diventò un uomo maturo, poi anziano, poi ogni giorno più vecchio, di una vecchiezza sempre più orribile e decrepita. Eos assisteva inorridita alle trasformazioni del suo amante, sino a che, non più in grado di tollerare la vecchiaia di colui che era stato il suo sposo, lo rinchiuse in una grotta per nasconderlo per sempre alla propria vista. I lamenti di Titone, inebetito dal dolore e dalla vecchiaia, si spandevano per l’aria e giunsero sino a Zeus che, mosso a compassione, trasformò il povero vecchio in una cicala. Ancora oggi, racconta il mito, le cicale che friniscono la notte d’estate ci ricordano il pianto disperato di Titone che invecchia, invecchia e mai non muore.”

A questo punto mi è sorta spontanea la domanda: Che intendiamo noi per immortalità? Cos’è che cerchiamo veramente l’immortalità o l’eterna giovinezza? Se trovassimo il Sacro Graal cosa vorremmo ci doni  veramente?

Io personalmente se dovessi immaginarmi immortale non immaginerei me stessa né da bambina né da vecchia, bensì nel periodo subito prossimo all’adolescenza.  Vorrei rivivere per sempre i miei attimi di spensieratezza: le nottate a fare tardi, le litigate furiose, le prime luci dell’alba viste sulla spiaggia, le false amicizie, le grande risate, l’ottimismo anche nelle situazioni più disperate, vedere la vita che scorre incessante.. e fregarsene!
Se dovessi trovare il Sacro Graal vorrei prima sapere cosa rende eterna se la vita o la giovinezza, perché sarebbe un sogno essere giovani per sempre.

 Nelle leggende del Santo Calice in cui bevve Gesù si racconta di come questo oggetto mistico possa dare straordinari poteri o l’immortalità a chi lo trovi. Esso è un oggetto così importante che se cadesse nelle mani sbagliate sarebbe un disastro, per questo venne custodito dai Templari che l’avrebbero reso accessibile solo ai puri di cuore. Si dice che quest’oggetto mistico potesse portare la pace tra i popoli e che dall’ultima volta che è apparso non sia più riapparso, forse per le ingiustizie che sono state commesse per lo stesso, infatti per il Graal sono state fatte battaglie ed è stato versato molto più sangue di quanto ne poteva contenere.

Forse il Santo Graal non è mai esistito, oppure noi adesso stiamo vivendo il periodo desolato che gli antichi narrano. Probabilmente il nostro più che vivere è sopravvivere e la nostra angoscia maggiore è di lasciare questo mondo senza qualcuno che ci ricordi, senza gesta o pezzi d’arte che piacciono tanto alle persone.

L’idea di vivere per sempre nel fiore degli anni sarebbe davvero bellissimo, ma probabilmente mi sentirei come un lampione immobile che vede le macchine correre lungo la strada. Ogni giorno guardarle e non poterne bloccare nessuna, guardare i colori che si mischiano, sentire il clacson e le risate dei bambini. La cosa peggiore dell’immortalità sarebbe “essere di passaggio” nella vita di qualcuno e che qualcuno lo sia per me.

Non è importante vivere per sempre, siamo esseri umani perché diciamo di avere un intelligenza superiore a tutte le altre specie animali (che usiamo poco o per niente però), dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Da quando nasciamo non facciamo altro che continuare a crescere(non ad invecchiare) e la morte non è che la continuazione della nostra crescita dopo che ci si è fermato il cuore. Le cose importanti sono quelle che ci hanno portato lì, le cose che abbiamo vissuto, che abbiamo imparato e insegnato, ciò che pensavamo e i nostri sogni.. l’eternità in un certo senso è dentro di noi. L’immortalità è un dono se accettiamo la nostra condizione, non se la cerchiamo per paura della morte.

mercoledì 30 novembre 2011

Siamo ciò che mangiamo?

Su italia1 la tv di Mediaset anni fa davano un programma chiamato “Candid Camera” in cui un attore con una telecamera nascosta faceva degli scherzi ad ignari protagonisti. Il buffo di questo programma era che ogni persona reagiva in maniera diversa allo scherno: alcuni si alteravano, altri la prendevano a ridere, altri ancora rimanevano perplessi, e così via.

Pochi giorni fa un amico mi ha fatto rivedere uno di questi video e io non ho potuto fare a meno di chiedermi: perché non si sono comportati tutti allo stesso modo?
Ovviamente perché non siamo tutti uguali e la cosa più importante che ci contraddistingue è il nostro carattere.  Però si dovrebbe capire cos’è quest’ultimo; partendo dalla definizione che ne dà il Garzanti: esso è il complesso di qualità e attitudini psicologiche costituenti l’impronta individuale di una persona.

Il concetto di carattere è, quindi, più ampio di quello di temperamento e più ristretto di quello di personalità:  è il modo costante e abituale di interagire di ognuno, le tendenze che dirigono le reazioni di un soggetto che si trova ad affrontare una determinata condizione. Per esempio, continuando a parlare di “Candid Camera”, alcune persone erano spinte a comportarsi in un certo modo rispetto ad altre di fronte a situazioni qualora surreali.

Una volta capito ciò mi sorge un dubbio: il nostro carattere è innato o è il risultato degli eventi? L’ambiente in cui viviamo ci permette di imparare meccanismi di difesa che mettiamo in atto più per abitudine che per necessità? in un certo senso, siamo ciò che mangiamo?

Secondo Freud possiamo definire il temperamento come la parte innata di una persona, mentre il carattere è la parte acquistata con l’esperienza. Come un nuotatore vince la gara non solo perché ha talento, ma anche perché si è allenato, così la componente acquisita è più importante di quella innata. Lo sbaglio di Freud fu di pensare che la parte acquisita del carattere si formasse da 0 a 6 anni, secondo me non si smette mai di imparare, ma per il resto sono d’accordo con lui e penso che nel carattere ci sia una piccolissima parte di influenze innate e per il resto penso che si modifichi con le esperienze vissute.

Conosco qualcuno che è dell’idea che oltre alle influenze innate e agli eventi che ci sono capitati è necessario considerare un terzo fattore fondamentale nella formazione del carattere: le nostre decisioni consapevoli, le nostre scelte personali.

Questa persona spiega: “ Ciò che ci capita e che contribuisce alla formazione del nostro carattere (come per esempio l'educazione ricevuta fin dall'infanzia) è qualcosa che, soprattutto all'inizio, subiamo passivamente. Le influenze esterne formano il nostro carattere ma ad un certo punto, quando diventiamo capaci di intendere e di volere, entra in gioco il fattore della scelta individuale. Torniamo all'esempio dell'educazione ricevuta, un'influenza che supponiamo iniziata nella prima infanzia. Una volta cresciuti possiamo fare uno sforzo di autoanalisi e di autosservazione e chiederci: accetto questa educazione? condivido questi valori che mi sono stati inculcati? A questo punto possiamo accettare o rifiutare l'educazione ricevuta. Nel momento in cui iniziamo a farci queste domandi entra il gioco il terzo fattore, quello della scelta individuale o della libertà. Se il nostro carattere si è formato a causa degli eventi (e secondo me si è formato proprio così) questo non significa che, una volta divenuti consapevoli, non possiamo sforzarci di cambiare, se lo vogliamo, il nostro stesso carattere. Per esempio potrei avere la tendenza ad arrabbiarmi spesso, tendenza generata dagli eventi della mia vita. Tuttavia potrei desiderare di diventare meno irascibile e dunque potrei iniziare un tentativo di cambiare il mio carattere. Credo che questi tentativi siano sempre difficili ma anche possibili. Il che significa che spesso dire "si, sono irascibile ma non ci posso fare niente, è il mio carattere" è solo una scusa utilizzata da chi non vuole provare a cambiare. Non è vero che non possiamo farci niente, è vero che farci qualcosa è difficile ma se ci impegniamo è possibile. Riassumendo in forma di semplice addizione secondo me il carattere di una persona è uguale a piccola parte innata + eventi + scelte personali e libertà."

Ciò che viene spiegato sopra è sicuramente giusto, ma credo che ci sia altro. Forse il nostro carattere è composto anche da strategie di comportamento che vengono usate in maniera automatica. Cioè si attuano dei comportamenti che se vanno a buon fine ripetiamo, se invece non ci portano a nulla o a sbagliare non li apprendiamo. Così inteso il nostro carattere è l’insieme di meccanismi di difesa che mettiamo in atto più per abitudine che per necessità; un insieme di piccole scelte inconsapevoli che compiamo ogni giorno.

Forse ci sono cose nella vita che ci lasciano e basta, cose di cui conosciamo o meno l’esistenza, cose che ci lasciano al di là delle nostre scelte. Per esempio durante l’adolescenza, che è un periodo segnato da esperienze emozionali molto intense, c’è un bisogno di ribellione, di conflitto, di fuga dalla realtà, di impulsività che con il passare di questa fase dell’esistenza passa anch’esso. Un altro esempio che mi viene in mente sono le cotte, quando si pensa o si è davvero innamorati di una persona. Se l’altra persona non ricambia l’unica cosa che resta da fare è farsene una ragione e l’unica cosa che può aiutare in situazioni del genere è il tempo. Col tempo, se non si è ricambiati, quello che sentiamo si affievolisce; ecco perché si dice che solo il tempo può guarire certe ferite!

La vita alla fine è un continuo incontrare e dimenticare, ricordare ed andare avanti; un insieme di situazioni opposte e complementari.

Comunque tornando al nostro discorso, sono convinta che con l’andare aventi del tempo ci sono altri aspetti del nostro carattere che ci abbandoneranno, altri che acquisiremo e altri ancora che sceglieremo per diventare, chissà, i grandi uomini di domani.

Ps grazie al mio professore di filosofia per la dritta!!

lunedì 7 novembre 2011

Siamo persone a metà?

Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo. Sappiamo molto meno di quanto amiamo.
 Amiamo molto meno di quanto si possa amare.
E così siamo molto meno di ciò che siamo.( Leo Boscaglia)

Fiducia, amore, felicità, amicizia, lealtà.. fin da piccoli o con i cartoni animati o con le favole che ci venivano latte ci è stato presentato un mondo in cui essere buoni e far del bene fosse appagante. Purtroppo ad un certo punto bisogna chiudere il libro delle favole e guardare la realtà. Anche oggi aiutare qualcuno e fare buone azioni in generale è gratificante, non dico che non lo sia, ma la sensazione di appagamento lascia ben presto il posto all’insoddisfazione e alla tristezza. Perché la maggior parte delle persone non stanno a vedere cosa hai fatto per loro, bensì cercano i difetti in quello che hai fatto o peggio non gli danno per niente conto.

Le delusioni ci portano a chiuderci, a diventare duri come rocce.. così diventiamo macchine e non più uomini.  Però, forse, è anche vero che noi siamo bravi a dare la colpa a secondi. Per esempio alcuni non credono nella religione perché sembra quasi che dica una cosa e ne faccia un’altra ( magari sarebbe meglio se a parlare di povertà e di aiutare il prossimo in difficoltà non fosse qualcuno che parla dall’alto del suo balcone tutto luccicante di gioielli e delle sue tuniche in seta). La politica e chi la gestisce pensa ad un tornaconto personale e non più al popolo. La nostra società in generale ci esclude, è una società che invece di unirci gli uni con gli altri ci divide.
 Noi ci estraniamo dalla società e dai valori invece di curarci di essi e di metterli in rilievo. Forse perché pensiamo che tanto non potremo cambiare le cose, forse perché abbiamo paura di rimanere soli, forse perché il nostro “non sentirci parte” della società ci blocca. Forse è per tutti questi motivi che viviamo in un mondo in cui siamo tutti uguali, con gli stessi vestiti, con lo stesso modo di camminare,  mangiare e parlare. Tutti di bell’aspetto ma vuoti dentro, perché se dentro non hai niente le uniche ferite che ti puoi fare sono quelle che si rimarginano. 

Tutte queste cose mi spingono a chiedermi: ma il nostro essere duri, il nostro non crede negli altri, nei valori, il nostro essere tutti uguali non ci rende, in un certo senso, Inferiori a quelli che siamo realmente? La nostra paura delle delusioni ci ha portato ad essere un branco di pecore senza cervello? In un certo senso siamo persone a metà?

La vita, secondo me, è fatta di situazioni. Esse possono essere felici, tristi, di speranza, romantiche, complicate, insopportabili, passionali, incerte, incomprensibili, estasianti, emozionanti, incasinate; insomma per ogni attimo della nostra vita c’è una situazione e sono tutte diverse tra di loro. Però possiamo fare una grande distinzione fra situazioni positive ( romantiche, felici, passionali..) e situazioni negative (incasinate, tristi..). La differenza sostanziale tra le due è che mentre nelle seconde spendiamo tutto il nostro tempo a pensare e riflettere, anche e soprattutto a come uscirne, nelle prime spegniamo il cervello infatti è per questo che si dice che quando ti diverti il tempo vola!.

Noi è a quello che tendiamo inspiegabilmente, a vivere senza cognizione di tempo, a cercare la felicità ed il piacere ad ogni costo. Ma siamo, purtroppo, portati a pensare che la nostra felicità dipenda sempre da un’altra persona. Ed è qui che sbagliamo, perché se non siamo felici con noi stessi gli altri non saranno mai felici con noi. E l’unico modo per essere felici è vivere seguendo nostri ideali e i nostri valori. Per trovare i nostri valori dobbiamo fare chiarezza su cosa conta di più per noi, sulle cose per cui siamo disposti a lottare.  I valori ci danno le certezze e quindi un senso di sicurezza, inoltre ci danno le linee guida per le azioni da compiere. Così acquisteremo fiducia in noi stessi e gli altri in noi.

Quindi per non vivere da estranei la nostra vita, per non essere persone a metà, dobbiamo partire da noi stessi. Dobbiamo trovare la nostra pace interiore, cercando ideali a cui mirare. Dobbiamo guardare al futuro con Positività perché se partiamo già col presupposto che le cose andranno male, andranno male davvero. Non dobbiamo farci affliggere dalle delusioni, dobbiamo imparare a dire : NON FA NIENTE!!



giovedì 20 ottobre 2011

Le bugie e le scuse ci aiutano?

Quante volte abbiamo chiesto ad un amico di uscire e ci siamo sentiti rispondere: non posso perché non possiedo la macchina, mia madre sta male, non mi sento tanto bene, ecc? quante volte abbiamo usato noi stessi queste stesse scuse per non fare qualcosa? E quante volte ci siamo trovati delle scuse per fare qualcosa?
Beh! Che dire, io di scuse ne ho sentite parecchie:  alcune ben congegnate, altre semplici (quelle che funzionano di più), altre assurde e altre ancora irreali. Ne esistono tante e di diverso tipo (dalle più comuni alle più strambe), ma di una menzogna non è importante il contenuto in sé, quanto chi la dice.

Una cosa che non mi sarei ma aspettata e che la persona con cui sono cresciuta; con cui ho condiviso gran parte della mia adolescenza; la persona che finiva le mie frasi perché già sapeva cosa stavo pensando e cosa avrei detto; mi avrebbe un giorno raccontato una montagna di frottole. Parlo di lei, della mia “migliore amica” ( Desy ) ora solo di nome, ed è tale dal momento in cui ha tentato di chiarirmi la sua assenza e continuava solamente ad arrampicarsi sugli specchi, perché è un ottimo esempio per la domanda che sto per porre. Infatti quando ho parlato con lei l’ultima volta, dopo che era sparita e che non la sentivo da tanto, mi è parso tutto chiaro per la prima volta. Mi sono chiesta: E’ cambiata ed ha cominciato a raccontarmi frottole oppure è sempre stata così, mi ha sempre detto baggianate ed io le ho creduto?

Quel giorno e per tutti gli altri giorni ed anche oggi, ho riflettuto su lei e sul nostro rapporto ed è vero non era la prima volta che mi rendevo conto che mentiva.  Allora è possibile che in tutto questo tempo io abbia in un certo senso approvato le sue menzogne? Se sì, perché? Per quale motivo, dopo aver capito le sue falsità, non l’avevo allontanata (non l’avevo mandata a quel paese)?

Dicono che la vita a volta lasci l’amaro in bocca. Io credo che non è la vita a lasciare l’amaro in bocca, ma l’accettazione della realtà. Ecco perché i momenti più tristi sono quelli in cui ricordi attimi felici: ricordandoli accetti il fatto che sono passati..
.. Le risposte alle mie domande stanno tutte qui.

Con tutte le persone che sono entrate ed uscite dalla mia vita ci si potrebbe fare una telenovela, eppure non riuscivo e non riesco a fare a meno di alcune di loro. Forse perché mi rendo conto di non essere neanch’io perfetta  o che non sono pronta ad ammettere che i miei momenti felici insieme a loro siano passati.

Da tutti questi pensieri è sorta la mia fatidica domanda:  ho deciso spontaneamente di crede alle falsità poiché la realtà è dannatamente dolorosa? La ricerca della felicità mi ha indotto a supporre tutto per vero, quindi per essere felice, se l’orizzonte che vedo mi sembra una scenografia e le genti intorno a me attori, dovrei prende il copione e cominciare a recitare? Le bugie e le scuse ci aiutano? Ci aiutano ad essere felici?

Se ripenso ad alcuni momenti della mia vita mi rendo conto di come essa possa sembrare davvero una finzione scenica. Tutte le volte che ho parlato con Desy, avrei potuto farle notare che stava fingendo, tuttavia ho fatto finte di niente e ho continuato ad essere l’amica che lei voleva che fossi. Mi sono infuriata tante di quelle volte con lei per alcuni dei suoi atteggiamenti, però non sono mai riuscita ad urlarle addosso tutta la mia rabbia. Potevo chiamarla tante di quelle volte e averi potuto spiegarle quello che mi portavo ( e porto)  dentro da tanto, invece non l’ho fatto in primis perché mi aspettavo che fosse  lei a rendersi conto da sola del distacco che si stava creando tra noi a causa sua; in secondi  perché non ero e non sono ancora pronta ad allontanare talune persone dalla mia vita e dal mio futuro.
Prima di criticare gli altri e i loro comportamenti  bisogna farsi un esame di coscienza e capire se siamo noi la causa, se abbiamo sbagliato anche noi qualcosa.  La speranza, comunque sia, è sempre l'ultima a morire infatti, malgrado le bugie, voglio continuare ad indagare entro me stessa per cercare di capire dove posso aver sbagliato.
Poi, una volta riflettuto, cercherò di comprendere il da farsi. Una cosa che sono certa di non riuscire mai a fare è mentire solo perché gli altri sono bugiardi con me.  Voglio vivere nella realtà, sia pur dolorosa.

sabato 15 ottobre 2011

si può smettere di avere fiducia in qualcuno?

le tre fondamente nella nostra vita sono l’amore, l’amicizia e la famiglia. Per ognuno di essi c’è un diverso tipo di fiducia: per l’amore la fiducia è credere nell’altro, per l’amicizia la fiducia è affidarci a qualcuno che ci dia la forza e che ci capisca, per la famiglia la fiducia è insegnare qualcosa e lasciare liberi.. e aspettarsi che durante la libertà quel qualcosa sia messo in pratica.

Noi esseri umani siamo così ingenui certe volte.. perché siamo spinti a pensare che potremmo fidarci di qualcuno perché Noi gli vogliamo bene. Una specie di premio in cambio a qualcosa che diamo.

 La fiducia è come un bonus a tutti i pregi di un individuo.  Non può accrescere e neanche diminuire, viene spontaneamente e con la stessa spontaneità smette semplicemente di esserci.
Che si parli di amore, di amicizia o di famiglia non esiste una sola persona a questo mondo che non abbia mai smesso di avere fiducia. A volte, infatti, inevitabilmente ci si trova con la realtà di fronte e non si può scappare dalla realtà perché esiste nella nostra testa. Come ci liberiamo della nostra testa?
Prendete l’amicizia per esempio. Un amico che vi è sempre stato accanto, nei momenti belli come in quelli brutti, che stato la vostra forza nella sofferenza, una spalla su cui piangere e una roccia su cui approdare per stare al sicuro. Se quel amico vi tradisse voi potreste darli ancora fiducia?
L’unico modo sarebbe fingere che non vi abbia tradito, fuggire dalla realtà appunto.  Per quanto tempo e quanta forza ci vorrebbe per farlo? 

Perdonare è uno dei più grandi gesti d’amore perché per perdonare si soffre , ma nonostante tutto il perdono non permette ugualmente di dimenticare. 


A volte per un solo sbaglio si può passare sopra a un errore, ci si può venire incontro e capire qual è stata la causa. Si può addirittura comprende e scusare una persona. Però l’esperienza insegna che chi ha tradito una volta non ci mette niente a rifarlo due, tre e anche quattro volte.
Un archetipo che mi viene in mente adesso è che in determinate occasioni noi tutti ci sentiamo come sotto ad un fosso. Per risalire abbiamo bisogno di aggrapparci agli arbusti o alle radici che abbiamo intorno. Lasciar andare chi amiamo è la cosa più difficile che si possa fare al mondo, ma aggrapparci ad un frutice marcio non può far altro che farci salire giusto qual tanto da rendere la caduta dolorossisima.
 Parola d’ordine “andare avanti”. La popolazione mondiale ad oggi conta 6.775.235.700 abitanti, rimanere puntati su di uno solo di essi è controproducente. Allontanarsi farà male è vero ma la vera e sola fiducia di cui abbiamo realmente bisogno è quella in noi stessi, non dobbiamo permettere a nessuno di metterci la visiera in modo da coprire tutto quello che abbiamo ai lati come ai cavalli. Se doniamo mille a taluni perché mai dovremmo accontentarci di quel cento o di quel dieci che ci viene dato in cambio?


Girovagando qua e là una volta lessi una frase: essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza uno scopo uno è già vecchio. (Luigi Giussani) Se si ha veramente voglia di fare una cosa, se si parte decisi e con lo spirito agguerrito partiamo già da metà percorso per arrivare alle cose a cui ambiamo. Eeh si! la fiducia più grande che si può avere è la sicurezza nelle nostre capacità, d'altronde Giulio Cesare non diventò un così grandioso conquistatore perché aveva fede all'esercito, bensì insegnò ai soldati come conquistarsela. 

martedì 11 ottobre 2011

Il Giudizio Degli Altri conta?


Ciao Lettori, beh se ho lettori, io ci spero :)
Oggi stavo pensando ai miei possibili argomenti per la tesina dell'esame di stato e stavo pensando di farla sul giudizio degli altri. L'idea mi è venuta rispulciando qualche libro. Uno dei miei filosofi preferiti infatti Arthur Schopenhauer, ha scritto un saggio intitolato appunto " Il Giudizio Degli Altri". Dice Schopenhauer:

In tutto ciò che facciamo l'opinione altrui
viene presa in considerazione prima,
quasi, di ogni altra cosa; e,
se ci riflettiamo attentamente,
vedremo che quasi la metà
di tutte le ansie e di tutti i timori
che ci hanno turbati nel nostro passato
nascevano da quella preoccupazione.

Secondo voi il giudizio degli altri conta?

I nostri genitori e ancor di più i genitori dei vostri genitori, sono stati influenzati da questo tipo di giudizio. Parlo di loro perché prima si era molto più soggetti a comportarsi in una certa maniera per avere poi l'approvazione degli altri. Allora vi siete mai chiesti perché i nostri genitori, che sono stati loro stessi soggetti agli indici inquisitori di alcune persone, a volte ci fanno sentire dei falliti perché non siamo come gli altri si aspettano? Prima si usavano le mani con i figli e non si ascoltavano i loro problemi; prima si  dava importanza al denaro e non all'amore; prima avere un figlio gay era una grande vergogna; prima si dava retta a pregiudizi nati da pensieri futili e superficiali.. e la giustizia? e la libertà? Provate a spiegare questo ai vostri genitori: il pregiudizio non può tener conto né della libertà né della giustizia perché esso non nasce da un esperienza personale, bensì da un'opinione collettiva in cui non si conosce l'iniziatore del pensiero, ma solo il tramite: il pettegolezzo. Il pregiudizio, non derivando da un esperienza personale, è ignoranza. Esso è come un erbaccia che attecchisce e mette radici più profonde nelle teste dove c'è più spazio: meno cervello =  più pregiuzio.
De Andrè in " Bocca Di Rose" diceva: 

Si sa che la gente da' buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente da' buoni consigli
se non può dare cattivo esempio.

Dobbiamo capire quando sia squallida, banale, meschina, stupida e irrilevante l'opinione altrui.. e in questo modo riusciremo a vivere più per noi stessi che per gli altri, con maggiore sicurezza e naturalezza, con maggiore preoccupazione per i beni e i mali reali.. ( esattamente come diceva Schopenhauer ).

Per tutti quelli che si sentono soli per quello che sono ricordate, lettori: i grandi spiriti sono come gli animali selvaggi: liberi e irraggiungibili e per questo a volte anche soli.

giovedì 29 settembre 2011

tentazioni o vizi?

Oscar Wild diceva: "l'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi.." Forse è vero. Forse cedere a una tentazione è davvero l'unico modo per liberarci da una tentazione. Ma se poi non ne avessimo abbastanza? Se dopo averle ceduto una volta volessimo rifarlo un'altra e un'altra e un'altra volta ancora? Se la tentazione si trasformasse in un vizio?
Nel momento in cui si è certi di riuscire a non prendere un vizio, proprio in quel momento ne prendiamo uno. Prendiamo per esempio i fumatori. Di fronte alla loro prima sigaretta tutti o quasi tutti pensano la medesima cosa: tanto è solo una sigaretta!  
Quante volte usiamo la parola "tanto"
Sapete quando la usiamo? Quando ci arrendiamo all'evidenza, quando capiamo che qualsiasi cosa facessimo le cose non tornerebbero mai come prima. Usiamo questa parola quando molliamo. La usiamo con codardia quando non vogliamo affrontare i problemi.
La cosa più brutta di quel tanto è che a volte pensiamo di usarlo con audacia. Pensiamo che per cedere ad una tentazione ci voglia audacia. Non c'è nulla di più sbagliato: l'audacia sta nel cedere una sola volta e tornare noi stessi dopo quell'esperienza e quest'audacia ha anche un nome "sangue freddo".
Quando cediamo ad una tentazione la cosa più sbagliata che possiamo fare, ed è anche la cosa che facciamo più spesso, è trovare 1000 buoni motivi per ricadervi. Diventa un vizio quasi un ossessione e noi stessi diventiamo così sicuri di noi stessi che allontaniamo tutti quelli che cercano di aiutarci. Diventiamo in poco tempo da ottimi amici a estranei.. arriviamo ad un punto in cui l'unica cosa che ci rimane è il nostro vizio e le nostre 1000 buone scuse! Con ciò voglio dire che per me i vizi nella vita di una persona possono starci, infatti come diceva Lysander Spooner "Vices Are Not Crimes", ma i nostri vizi non devono mai distruggere i nostri rapporti con le persone che amiamo e che ci amano.. l'unico modo è imporci con il nostro sangue freddo.

martedì 20 settembre 2011

Cosa vogliamo?Chi siamo?

Premessa

La vita, senza una meta, è vagabondaggio.
Seneca


Quello che ha spinto a scrivere è il mio desiderio di capire cosa voglio.. ciò che voglio NON nel senso che penseranno molti leggendo, cioè ciò che voglio dalla vita tipo amore, amicizia, lavoro ecc. Io sto cercando di capire chi sono dalle mie scelte, sia da quelle semplici di ogni giorno sia da quelle complesse che richiedono tempo per riflettere.

L'idea mi è venuta da un amico. Un giorno mi sono trovata a dover prendere una decisone e per prenderla dovevo capire cosa volevo, così chiesi consiglio a questo mio amico che mi disse: "non so cosa sia meglio per te, ma io quando devo riflettere mi isolo e faccio lunghe passeggiate". Quel giorno presi la moto e partii senza meta. Per quasi tutto il tragitto continuavo a chiedermi: "Cosa voglio? Cosa voglio?".. fin quando, arrivata ad una rotonda, ho avuto un illuminazione  Io non sapevo cosa volevo, ma sapevo cosa NON volevo ed avrei potuto partire da questo. Quindi tornai indietro perché, anche se non avevo risolto il problema, avevo un punto di partenza.

Ormai l'episodio del motorino risale a 5 anni fa. Ora a distanza di 5 anni ho capito che a dire cosa non vogliamo siamo bravi tutti ( non voglio questo, non ho voglia di fare questo..) il difficile è capire cosa vogliamo e prendercelo. Sì, a prendercelo!!

La vita, se ci pensate, sembra un  buffet in cui ci sono vari tipi di persone che si servono:
-    Quelli che prendono sempre le stesse pietanze;
-    Quelli che si riempiono il piatto con tutto quello che trovano;
-    Quelli che prendono qualcosa perché ha un bel aspetto;
-    Quelli che si fanno consigliare o copiano gli altri;
-    Quelli che scelgono.

Ora i primi sono gli abitudinari, quelli che quando devono fare una scelta vanno sul sicuro perché prendono sempre le stesse cose delle quali conoscono già il sapore. Gli abitudinari però sono anche quelli che non osano prendere qualcosa di diverso per "paura" e prendono dal buffet seguendo una consuetudine, ovvero prendono i cibi che conoscono in maniera meccanica senza riflettere.

I secondi sono gli ingordi, quelli che non ne hanno mai abbastanza, quelli che non sapendo scegliere prendono tutto. Nel piatto stapieno di questi ci saranno sicuramente cose buone da mangiare, ma anche cose che non lo sono.. e poi dovranno prendere un digestivo alla fine del pasto o si sentiranno male, perché a tutto c'è un prezzo!

I terzi sono quelli che badano alle apparenze, quelli che si ritroveranno nel piatto qualcosa di bellissimo ma dal sapore amaro che, appena si renderanno conto che nessuno li guarda, getteranno via.

I quarti sono gli insicuri ed il mondo ne è pieno. Ne è pieno poiché gli insicuri non sono solo quelli che chiedono consigli agli altri, ma sono soprattutto le persone che copiano gli altri, le persone invidiose che parlano dietro le spalle, che hanno bisogno di parlare o inventarsi difetti negli altri per nascondere i propri. Costoro hanno due possibilità: o decidono di prendere in mano le loro vite cominciando a pensare a loro o vivranno per sempre la vita di qualcun'altro. Spesso scelgono la seconda opzione visto che è più semplice farcela nella vita grazie ai meriti di qualcun'altro.

Gli ultimi, infine, sono quelli che scelgono; quelli che studiano bene le diverse possibilità e riflettono su quale sia meglio per loro. Nel buffet, per esempio, colui o colei che ha deciso di mettersi a dieta e sceglie quindi di prendere qualcosa di leggero e senza grassi; o anche, per fare un altro esempio, il goloso o la golosa che si mantiene leggero/a per tutta la cena aspettando il dolce finale. In tutti e due i casi le persone che vanno al tavolo per prendere del cibo riflettono sul da prendersi.. Queste persone, nel buffet come nella vita, sono quelle che riescono sempre. Riescono perché hanno capito cosa vogliono e quali sono i loro limiti e si comportano di conseguenza.

Berlinger diceva:
Ciò che uno diventa,
lo diventa per mezzo di se stesso.
Ciò che uno è,
lo è indipendentemente da se stesso.   
 Io voglio capire cosa voglio e voglio scoprire i miei limiti cosicché io possa capire chi Sono e chi diventare.